VITA DI PI (2012)

FILM (di A.Lee)

LIFE OF PI – FOX 2000

scena-delle-meduseDa dove iniziare a parlare di Vita di Pi, sì che dopo una sbornia di computer graphics e magiche sequenze luminescenti, ancora faccio fatica a ricordare tutti i momenti emozionanti e gli spunti tematici che l’opera mi ha offerto? Ho deciso allora di partire dalla fine, momento che compongo mnemonicamente ancora in un ricordo piuttosto lucido, parto dal finale commovente in cui capirete che cosa il critico del New York Times intendesse dire definendo Vita di Pi come il nuovo Avatar. Parto dal momento in cui realizziamo finalmente che questo è un capolavoro assoluto del nuovo decennio e quel momento arriva quando il buio de i titoli di coda invade lo schermo. E in quell’istante ho capito che Pi non è stato concepito per essere un film qualunque (d’altra parte questa premessa può estendersi anche a tutti gli altri film di Ang Lee). Il romanzo di Yann Martel veniva ritenuto, al pari del Cloud Atlas adattato da  Tykwer e i Wachowski nell’omonimo kolossal, un’opera destinata a vivere solo sotto la sua forma letteraria. Ang Lee ha però voluto confrontarsi con una sfida ancor più stimolante del solito che ha unito la realizzazione del film più complesso della sua carriera con uno dei libri meno propensi all’adattamento cinematografico.

Ma facciamo un passo indietro per coloro che attenderanno l’occasione di vederlo al prossimo passaggio in tv e per me che, solo ora, capisco che iniziare dalla fine non è stata una buona idea. Tanto per cominciare Lee ha costruito un’ampia introduzione al viaggio del suo personaggio (mostrandoci di fatto l’infanzia e l’adolescenza del ragazzo) con il semplice intento di parlare al grande pubblico occidentale – spesso carente in quanto a conoscenza dell’altro- di un oriente tormentato dalle contraddizioni dell’orgia di credenze che mischia una forma “importata” di cristianesimo alla moltitudine di divinità induiste il cui mistero rimane ancora inafferrabile. Pi (abbreviativo spesso frainteso di Piscine Monfort) stesso vive nel dubbio, o meglio in una certezza che rischia di vacillare ogni qualvolta il padre, per cui il ragazzo nutre un sincero affetto, cerca di farlo desistere dal suo ultimo capriccio: prendere il battesimo. Tutte informazioni, queste come anche molte altre, che sembrano pervenirci in maniera talvolta casuale e caotica (si prenda in esame la scena a tavola), altre volte in forma didattica e quasi documentaristica (il che può sembrare fuori luogo in un film di Lee),  ma si tratta in realtà di un vero e proprio manuale per l’uso della seconda, epica parte che è li ad aspettarci. Il vero film infatti inizia dopo una cinquantina di minuti, con la decisione del padre di imbarcarsi su una nave giapponese per cercare la fortuna in Canada, e di portare con sé lo zoo di famiglia. Il mercantile carico di passeggeri e animali però cede ai nubifragi oceanici per cause a noi non del tutto note e gli unici superstiti del disastro che segue sono il ragazzo, la tigre Richard Parker, una iena, una zebra e l’orango Orange Juice, tutti naufraghi sulla stessa scialuppa. Inizia così per il protagonista una lotta per la sopravvivenza e un viaggio alla ricerca di se stesso e di Dio. È proprio in questo senso che la capacita di Ang Lee nel miscelare avventura (la componente principale del film) e misticismo (il tema del viaggio come ricerca spirituale) mi ha sorpreso in positivo. Il regista taiwanese è stato sicuramente avvantaggiato dal fatto che le due cose, complice la cultura tradizionale indiana alla continua ricerca di una mediazione tra eventi paranormali e fenomeni naturali, sono facilmente accoppiabili. Ma qui c’è di più: come in un film che presenta circostanze simili, Cast Away, seguiamo il protagonista nel suo agire manuale, nel suo costruirsi la possibilità di sopravvivere un altro giorno con piccoli gesti che lo salvano dalla disperazione psicologica. Al tempo stesso, il tutto viene finalizzato ad una ricerca più profonda e meno immediata della divinità producendo un duplice effetto: da un lato la meravigliosa estetica che avvolge buona parte del secondo tempo (con gli effetti speciali onorati da un Oscar), dall’altro Dio viene visto come una luce dorata in un realistico mare in tempesta. Tra fantasie e realtà, miraggi e ruvido realismo, Vita di Pi è un successo che non perde mai di vista l’intento di farne un film in cui indagare sulle diverse possibili verità che una stessa storia può offrirci.
Traslando anche qui il discorso fatto prima, ciò non significa che Pi non guardi in faccia ai fatti – tutta la famiglia è stata inghiottita dalle onde e per di più c’è una tigre con lui sulla scialuppa pronta a sfamarsi qualora il giovane si avvicinasse imprudentemente- ma tutto viene reinterpretato in un’accezione più alta e trascendentale, richiamando a quanto detto nella prima parte dal Pi-narratore. Richard Parker, il cui curioso nome si deve ad un maldestro fraintendimento che ci viene spiegato nel corso del film, diventa compagno di viaggio, amico, risorsa, speranza e paura di Pi. Ma soprattutto un avatar. Senza di lui Pi sarebbe morto, ci viene detto. Attenzione qui però, perché i racconti che ci vengono dettati in prima persona dalla voce fuori campo potrebbero non avere un significato letterale, e a conferma di questo citare una delle ultime, toccanti confessioni di Pi sarebbe opportuno ma non vi voglio rovinare il finale. Qui si svela tutto l’impianto apparentemente fragile su cui si fonda il film: gli effetti speciali non sono messi al servizio di uno sguardo più realistico alla vicenda, ma al contrario puntano ad un’astrazione dal vero originale e affascinante. Non dobbiamo dimenticare a questo proposito che elemento fondamentale su cui il film si fonda è Il mare, presenza leggendaria e invisibile, ben nascosto dai meravigliosi cieli fotografati dal responsabile degli effetti speciali Bill Westenhofer. In Vita di Pi diventa uno scenario violento e magico, pronto a svelare le sue meraviglie ad ogni inquadratura. Il primo impatto con le onde è malevolo, con il naufragio progettato nei minimi dettagli per esaltare un 3D che metterà i brividi persino a chi credeva che il livello di resa di quello messo in scena da James Cameron in Titanic fosse irraggiungibile. I successivi scremano in assaggi suggestivi  e dolcemente irreali. Un’isola galleggiante di mangrovie luminescenti popolata da migliaia di suricati è troppo poco? Assolutamente no.
Concludiamo quindi che tutto il film deve essere reinterpretato alla luce di un racconto più plausibile e razionale, almeno a livello immediato, senza essere però costretti a credere che versione proposta da tutto il film sia illusoria.

Vita di Pi è anche, oltre a blockbuster natalizio per palati fini, cinema d’autore che ci offre infine uno spunto di riflessione speculativo, dedicato ai cinefili, sui film che ne hanno influenzato la trasposizione cinematografica. Titanic e Avatar, abbiamo citato precedentemente; alcuni parlano di Hugo Cabret nel coordinare arte registica e uso della tridimensionalità, ma Lee ha pescato a piene mani riferimenti dai più svariati generi cinematografici-in una sorta di rivisitazione live action più spettacolare di un’esperienza pixariana in cui il semplice citazionismo viene sostituito da elaborazioni più meditate, complesse, originali. Lo stesso Avatar di James Cameron può aver avuto un influenza sul piano strutturale negli spunti da proporre in alcune parti del film (e nel 3D), ma sono indiscutibilmente le scene disaster di Titanic e Il libro della giungla le pietre miliari con cui Ang Lee intende confrontarsi. Ci sono richiami anche a Cast Away cosi come al The millionaire di Danny Boyle (per quanto riguarda la scelta della realtà culturale e geografica indiana in un film occidentale), capolavoro o quasi che a mostrare le meraviglie naturali di un mondo esotico ha comunque preferito portare la cinepresa negli slum di Mumbai, alla ricerca di una trama più penetrante e romantica. Infine citare tutto un filone di cinema orientale sarebbe un’attività lunga e oziosa.

Significati allegorici e spunti per cinefili, quindi: non è tutto qui. La visione idilliaca, spettacolare, accessibile e appagante del minuto regista regala un film potenzialmente in grado di soddisfare qualsiasi spettatore possa decidere di vederlo, semplicemente perché è un film da vedere.

Verdetto: ▲▲▲▲▲

Reviewed by I.B.

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