TOY STORY (1995)

toystory2FILM (di J.Lasseter)

TOY STORY WALT DISNEY/PIXAR

Andy è un bambino di una comune famiglia media americana e, in quanto figlio di una società votata al consumo, possiede giocattoli in quantità. Tra questi troviamo Woody (Tom Hanks), uno sceriffo di pezza eroe di stravaganti avventure e giocattolo preferito dal bambino, nonchè punto di riferimento per tutti gli altri balocchi, dai soldatini in plastica verde fino allo scorbutico Mr.Potato, a cui si staccano continuamente occhi e naso, passando per altri pupazzi anni ’50. Tuttavia questa posizione privilegiata verrà messa in pericolo dall’ultimo capriccio di Andy: Buzz Lightyear (Tim Allen), una perfetta riproduzione di un ranger spaziale protagonista della nuova serie di cartoon televisivi per ragazzi.

Toy Story rappresenta la svolta nel campo dell’animazione più importante del ventesimo secolo. In altre parole, chi ha vissuto indimenticabili avventure al fianco di Nemo, Wall-e e Remy dovrebbe sapere che senza il capolavoro digitale (e non solo) di John Lasseter non ci sarebbe stata nessuna barriera corallina abitata da Marlin e Dory né il ristorantino parigino invaso dai ratti. Tornando al film, non è difficile leggere in quella spasmodica ansia dei giocattoli di soddisfare Andy una metafora della società odierna. Ma ancor più evidentemente il film è una favola sul consumismo che invita a riflettere, pur non essendo meditativo. Non c’è sempre il tempo di pensare perchè le scene si susseguono al ritmo scoppiettante e frenetico di un cartoon per bambini senza però diventare estenuante.  John Lasseter deve aver compreso che in qualche modo il primo film della Pixar avrebbe dovuto soddisfare grandi e piccini. E a pochi adulti sarà sfuggito il paragone tra i giocattoli di Sid il torturatore e una società senza pari opportunità. Toy Story non vuol essere un’opera di denuncia, bensì un lavoro sull’illusione e sugli attimi fuggenti. E sulle delusioni della vita e sull’accettazione. Ed è Woody il personaggio più interessante: diventa eroe solo dopo essersi trasformato nel peggior antagonista dei suoi stessi amici e solo dopo aver intrapreso un qualcosa che somiglia molto ad un percorso di maturazione. Buzz è invece l’emblema dell’illusione, e a qualcuno sarà scappata qualche lacrima vedendolo scoprire la verità sul proprio essere mentre legge sul suo braccio di plastica “Made in Taiwan”. Ma è il Planet Pizza, con quell’ambientazione tipicamente illusoria, la vera immagine di una società frenetica che inganna il povero ranger spaziale, ormai convinto di aver raggiunto lo shuttle per far ritorno sul proprio pianeta. Ma Toy Story abolisce l’immagine di un mondo a ritroso e il finale è rassicurante quanto l’abbraccio di un vecchio amico  al punto di sfociare in un divertimento liberatorio. La pellicola è un invito attivo per i bambini a trattare bene i propri giocattoli e, premettendo che nessun fanciullo potrà mai credere ad una fiaba tanto inverosimile, ad accontentarsi di ciò che si possiede; e badate bene, l’intelligenza paradossale del film consiste nell’aver rivoluzionato la storia dell’animazione usando come protagonisti dei vecchi balocchi senza valore economico. Perché Lasseter e Co. hanno capito e dimostrato che la bellezza non consiste nel trionfo dell’estetica, ma nel trionfo dell’anima.

Verdetto: 5/5

Reviewed by IB

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