AMERICAN SNIPER – LA RECENSIONE ★★★☆☆

20141003_AmericanSniper1★★★☆☆

first-tv-spot-for-bradley-coopers-american-sniper-lethalIn bilico tra il tributo sentito e la presa di coscienza della più assurda ipocrisia, American sniper è un’esecuzione pulita ma a conti fatti irrisolta sulla vita di un uomo spinto dal più cieco patriottismo |

“Mi diventa meglio con una cosa che respira”. È da questa ironica battuta di Chris Kyle (Bradley Cooper) -che fa seguito alla prodigiosa uccisione di un serpente a sonagli durante un addestramento militare- che si può estrapolare la metafora più appropriata con cui inquadrare American Sniper. Come Kyle con il fucile così Eastwood con i suoi film fa centro solo quando si trova tra le mani un soggetto dall’ampio respiro, emozionante o moralmente complesso che sia, in alcun modo freddo o riduttivo. Reduce da un decennio vissuto tra un capolavoro e l’altro, Eastwood ha in questi primi anni ’10 inanellato una serie di pellicole non propriamente indimenticabili, forse perché troppo spesso imbrigliate nel perimetro della “storia vera” che male si adatta alla complessità del regista di Mystic River. Ultima tra queste, American Sniper soffre la propria appartenenza ad un genere (quello della guerra) e ad un contesto (il medio oriente) fin troppo abusati dal cinema americano recente.

Storia singolare ma dai contorni prevedibili (il matrimonio, la paternità), la vita di Kyle è lo specchio attraverso cui il regista mette nel mirino la guerra in Iraq nel suo complesso. Come al solito Eastwood ricerca la propria poetica, quella della morte e della tenebra, e lo fa attraverso la sua esemplare esecuzione sobria e mai tesa all’immediatezza estetica che in questo caso gli effetti speciali pure offrirebbero (il ralenti su un proiettile è l’eccezione che conferma la regola). Stavolta però, come nel caso di un altro invictus della filmografia del regista, Nelson Mandela, non tutto nel quadro complessivo del film sembra funzionare come dovrebbe. Intendiamoci, qualche sparuto tocco del maestro ci rassicura durante la visione (l’attimo struggente in cui Kyle deve decidere se salvare i propri compagni o un bambino racchiude in pochi secondi la complessità del protagonista; l’eco vuoto di una bara suona come un’amara premonizione), ma il racconto viene soffocato da una messa in scena a tratti monocorde e povera di suspense che a conti fatti non accontenta. Sui tetti di una città senza colori (ancora Tom Stern alla fotografia), Eastwood sembra smarrire la propria poesia e con essa il filo del proprio cinema, che pure in passato aveva offerto indimenticabili e struggenti parentesi belliche con il dittico su Iwo Jima. Focalizzandosi sul caos di una guerra combattuta all’inferno senza le competenze (fisiche, militari, psicologiche) necessarie, Clint aveva quasi dieci anni or sono scavato con indimenticabile abilità il cuore di soldati messi a combattere per ragioni superflue su un cumulo di pietre sperduto nel Pacifico. Oggi invece, American sniper presenta un conflitto che per essere rappresentato degnamente sullo schermo richiederebbe azione e tensione, qualità che non sono nel dna del cinema di Eastwood e si vede. Regista impareggiabile in quanto osservatore della vita (o della morte?), Clint stavolta deve faticare più del solito per fare in modo che il pubblico provi empatia con il suo personaggio, e per quanto gli sforzi siano effettivamente visibili (si conta qualche analogia con il Jeremy Renner di The hurt locker) questi non sembrano complessivamente sufficienti. La figura di Kyle risulta ambigua quasi quanto quella tratteggiata tre anni fa di J. Edgar (che condivide con il protagonista l’infinita dedizione alla propria causa), quel tanto che basta per rendere questo film un oggetto decisamente misterioso e irrisolto, sospeso in attesa di un giudizio morale. Il commiato finale e l’elogio funebre di Kyle, per citare l’esempio più emblematico che Clint ci offre, con centinaia di americani ad omaggiare “la leggenda”, si muove in bilico tra il ringraziamento sentito e la presa d’atto della più assurda delle ipocrisie. Che nel decennio scorso Eastwood sia stato in grado di criticare aspramente lo stile di vita americano (Gran Torino e Flags of our Fathers, ma anche Mystic River) rende ancor più incomprensibili alcune pieghe irrisolte del suo sniper, il quale a conti fatti sembrerebbe non (solo) vittima della guerra, quanto piuttosto promotore della corretta Way Of Life, quella pronta a tutto pur di salva(guarda)re la propria gloriosa nazione.

Senza musiche (esclusa qualche nota che rimane volutamente sospesa per sempre: proprio come il film), American sniper sarebbe un lavoro affatto malvagio se solo il suo regista fosse un mestierante qualunque. Ma visto che Clint Eastwood è l’autore con più capolavori realizzati negli ultimi dieci anni di qualunque altro film-maker vi possa venire in mente, la delusione che si prova quando i titoli di coda scorrono è ampiamente giustificata. Il prossimo capolavoro del maestro è rimandato a data da destinarsi: da una porta che si chiude lentamente nel buio se ne aprirà un’altra.

A voi è piaciuto il film? Aggiungete un commento!

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10 risposte a “AMERICAN SNIPER – LA RECENSIONE ★★★☆☆

  1. Bello ma non troppo.
    Questo è, in sintesi, quello che si evince leggendo in giro le recensioni di AS. E la tua più o meno è su quella falsariga.
    Mi piacerebbe vederlo al cinema ma sono combattuto con The Imitation Game…. La cosa mgliore sarebbe vederli entrambi, spero di riuscirci 🙂
    Ciao e complimenti per la recensioni, al solito chiara e pulita 🙂

  2. Dopo averlo visto, mi sento di riassumere così le mie impressioni:
    American Sniper è un bel film, questo è innegabile, ma è bello in maniera distaccata, quasi inconsapevole. E’ preciso e rigoroso come il disegno di un geometra ma è assolutamente privo di qualunque slancio emotivo così resta un affresco lineare ma freddo dove i toni del resoconto non lasciano mai il posto alla sfera drammatica.

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