LEI: LA RECENSIONE ★★★★☆

★★★★☆

La love story 2.0 di Jonze è un film intelligente, delicato, profondo e provocatorio |

lei-spike-jonze-2013-L-hAhkUfInfluenzato presumibilmente dal comportamento della gente comune che passeggia con un occhio sullo smartphone e l’altro sull’orologio digitale, Spike Jonze ha immaginato un futuro (non lontano) dove il nostro sentimento più profondo, l’amore, ciò che più ci distingue dagli altri animali e dai robot, non è più una prerogativa esclusivamente umana ma può essere esteso anche a dei dispositivi informatici. È un film la cui follia riserva delle promesse, a patto però di accettarne le non facili premesse. Nella L.A. degli anni ’20 (2020, qualora non fosse chiaro) Theodore (Phoenix), scrittore specializzato il lettere d’amore, vede naufragare il proprio matrimonio con Catherine (Mara). Ma un nuovo amore è dietro l’angolo: quello con Samantha, la voce del suo sistema operativo…

Chi già aveva accolto la strana estetica e il canone audace di questo autore in film quali Essere John Malkovich o Nel paese delle creature selvagge, non si sarà trovato in difficoltà a fare proprio il film. Lei è stato presentato come una ” love story 2.0″, ambientata ai tempi dei siti porno e dei social network. Ma per quanto viviamo nella società delle tecnologie sempre più autonome, ciò che interessa a Jonze non è tanto indagare sulle reali differenze uomo/macchina, cosa che molti film di fantascienza sulla lunghezza d’onda di Blade Runner e Terminator hanno fatto, quanto più cercare di comprendere quello che potrebbe succedere se il computer di vostro figlio fosse in grado di instaurare relazioni profonde, umane, capaci di superare gli ostacoli della corporalità con il loro utente. La parte più complessa del film, un sotto-testo filosofico incentrato sui limiti della materia, è la meno interessante. Lei è in fondo un film sentimentale che cerca si di raschiare il fondale del cuore umano alla ricerca di quello che l’amore permette (e soprattutto non permette), non dimenticandosi l’obiettivo di parlare di quello che è forse il tema più caro al regista: la solitudine. Già i lavori precedenti di Jonze avevano messo in luce, attraverso la caratterizzazione dei vari Records, Diaz, Keener, Cusack, Malkovich eccetera, la condizione esistenziale primaria dell’uomo. In Lei, il bisogno di amare e di essere amati è avvertito come qualcosa di quantomai urgente, ancor più, se possibile, che in Where the wild things are. In un’epoca pronta ad inserire la tecnologia nei rami più disparati della vita, il regista rimarca l’importanza di un bisogno antico e immutato. Non c’è da stupirsi, quindi, se il film (pur esprimendosi talvolta in modo surreale) usa un linguaggio assolutamente comune, ritraendo Theodore mentre fa quello che solitamente tutti fanno con la propria ragazza…

L’autore di Essere John Malkovich ha sempre presentato Lei come film svincolato dalle dinamiche della società contemporanea. In realtà, rifiutarsi di leggere nel film un trattato sull’uomo di oggi risulta difficile. La solitudine di Theodore non nasce tanto dalla mancanza di contatti con la gente, ma nel non riuscire a comunicare con il prossimo. Ed è proprio questo il punto: la nostra società, spacciata volentieri come “community”, è composta di singole anime tormentate e infelicemente sole. Nemmeno le comprimarie Amy di Amy Adams e Catherine di Rooney Mara sfuggono a tale implacabile logica. Ma è comunque Phoenix la vera vittima, colui che perso in una città dalle architetture surreali viene ritratto con malinconia in primi piani quasi malickiani, in un montaggio “videoclipparo” ma mai frenetico o invadente.

Una delle cose più sorprendenti di questo film è notare come lo stesso Jonze non sia riuscito completamente a trasporre in immagini tutte le dinamiche di coppia fra Theodore e Samantha. Così, il sesso tra uomo e macchina si riduce ad uno schermo buio e alla magnifica colonna sonora degli Arcade Fire che ne copre i lamenti. La sensazione che si ha alla fine del film è quella di aver assistito ad un emozionante film tecnicamente splendido, certamente, ma anche ad una grande provocazione. Fin dal titolo, infatti, il film di Jonze insinua il dubbio, inserendo il pronome “lei” dove solitamente, parlando di un oggetto, usiamo “esso”.

Sarebbe interessante sapere quello che hanno pensato sul film alla Apple. Se i futuri assistenti vocali di iPhone e iPad dovessero avere la suadente voce della Johansson (invece che quella metallica dell’attuale Siri) i legali di Spike Jonze avranno tutte le ragioni del mondo per chiederne i diritti d’autore.

★★★★☆

 

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2 risposte a “LEI: LA RECENSIONE ★★★★☆

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