FRANKENWEENIE: LA RECENSIONE ★★★☆☆

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Il riscatto di Burton nel film post-Alice in Wonderland |

Frankenweenie PosterDopo aver toccato uno dei punti in assoluto più bassi della sua carriera registica conil deludente Alice in Wonderland di due anni fa, Tim Burton ritorna sul suo terreno preferito per raccontarci una storia d’amicizia tra un ragazzino, Victor, e il suo cane, Sparky, ambientata in un paesino di plastilina interamente animato in bianco e nero.

Come tutti gli altri film in stop-motion (da Nightmare before Christmas a Coraline, passando per La sposa cadavere), anche Frankenweenie, da horror puro quale evidentemente è, presenta personaggi ossessivi e spaventosi. Per darvi un’idea generale ma significativa, Sparky, il cane ritornato dall’aldilà con le numerose cicatrici a citare Frankenstein, e il suo scheletrico padrone e amico Victor sono i personaggi più vicini a creature del nostro mondo in quanto a credibilità, il che è tutto dire. E devo parlarvi dei ”meno normali”?  Il contestato professore di fisica dal nome impronunciabile di Mr. Rzykruski potrebbe essere il peggior incubo di qualsiasi studente, mentre il malvagio e ingenuo Edgar è talmente orribile da sperare soltanto di poterlo dimenticare. Un’importanza notevole nella progettazione dei tratti caratteristici di ogni personaggio è stata conferita agli occhi, significativamente vuoti e con un piccolo pallino nero a fare da pupilla. Un dettaglio comune che ci fa capire quanto questi personaggi  siano caricaturali, esasperati e spinti in ogni dettaglio, fuoriusciti dagli incubi fanciulleschi più reconditi di Burton. E tuttavia li troviamo inseriti in un contesto paesaggistico sorprendentemente realistico che fa eco al paesino di Edward mani di forbice, con un mulino a sostituire il castello. La qualità dell’animazione, in effetti, non viene discussa, soprattutto nella realizzazione di grigi cieli malinconici (fantastici ad un occhio attento) e nell’uso di particolari tecnici notevoli nel rappresentare elementi naturali come l’erba. Il paesino in cui ci troviamo sembra isolato dal resto del mondo eppure è simile a qualunque zona periferica di una cittadina americana, con i vicini facilmente irritabili e un campo da baseball in cui fare baccano: Frankenweenie difatti, pur rimanendo un film fantastico, non perde mai il filo sottile che lo lega ad un contesto credibile.

Ma Burton volutamente ha distolto l’attenzione dal comunque più che soddisfacente aspetto visivo (e qui si spiega anche come l’uso del bianco nero non sia solo una citazione di vecchi ricordi in celluloide) per puntare al cuore con una piccola vicenda che appassiona e commuove. Se nel prefinale vengono riesumate creature che, a mio parere, potevano benissimo essere lasciate a riposare nell’aldilà (per poco le premesse del regista non iniziavano a vacillare con il suo pericoloso omaggio ai cari vecchi horror della Universal) è anche vero che fortunatamente Burton riesce a fare del proprio film una piccola vicenda ristretta che entusiasma soltanto chi sa mettere in gioco il sentimento, non certo l’azione da disaster movie in stile Godzilla. Alternando ad intermittenza scene spaventose, episodi divertenti e altri più malinconici (sostenuti dall’ottimo Danny Elfman alla colonna sonora che ricalca le orme già seguite con Edward Scissorhands) l’opera riesce a raggiungerci grazie ad un livello difficilmente riscontrabile in altri film per bambini. Mancherebbe, se proprio dobbiamo dirlo, la vera anima burtoniana in un finale che sembrerebbe disneyanamente troppo rassicurante per essere vero, ma dopo simili risvolti macabri i bambini meritavano una ricompensa, al costo di sacrificare le aspettative fin troppo alte di qualche adulto. Dopotutto il film è un cartone.

Mentre l’intera opera potrebbe avvertirci per l’ennesima volta sui rischi della sperimentazione genetica, quando questa viene applicata da gente senza scrupoli come i compagni di classe del protagonista, un messaggio non meno originale ma più interessante permea tutto il nucleo della storia: riconoscendo il valore dell’amicizia, l’eroe avrebbe anche potuto non far rivivere Sparky nella realtà, ma soltanto nel proprio cuore. Non è casuale, a questo proposito, la scelta di Burton di far rifugiare Sparky, dopo che questi è tornato in vita, proprio dietro alla propria lapide. I morti infatti tendono all’aldilà e noi non potremmo fare altro che limitarci a farli rivivere nei nostri ricordi…a meno che il tutto non venga inserito in un contesto disneyano come quello di Frankenweenie, ovviamente.  Allora in quel caso (ma forse non solo in quello) sì che la vita torna ad essere, nonostante il grigio del nostro mondo che forse mai diventerà colore, semplicemente e ancora una volta meravigliosa.

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