IL CODICE DAVINCI – LA RECENSIONE ★★☆☆☆

dan-brown★★☆☆☆

Rigido, distaccato, mai avvincente |

178128Il codice DaVinci è il film di Ron Howard di maggior successo: si tratta di un esempio di successo estivo costruito sul presunto assunto che il film potesse contenere del materiale scottante, delle rivelazioni al limite del morboso o semplicemente una denuncia contro le cospirazioni del Vaticano. A questo proposito le dichiarazioni di Dan Brown circa la falsità della storia che ha raccontato nel suo omonimo best-seller da cui, per chi ancora non lo sapesse, è stato tratto il film, non hanno placato le voci sulle tesi scandalose sostenute dalla pellicola. Nessuna sorpresa, quindi, se la gente ha fatto la fila davanti ai cinema come era accaduto con l’altro prodotto morboso sulla vita di Cristo, ovvero La passione di Mel Gibson.

Il regista riesce magistralmente ad addentrarsi nella complessità della trama fino al punto giusto, cercando di non “tirare troppo la corda” in alcuni passaggi vulnerabili, per evitare che la credibilità della storia vacilli. Codici, preti, misteri, risposte: il cinema a cui ci troviamo di fronte viene progettato tra una fuga dalla polizia con tanto di pistole e furgoni blindati e un percorso di rivelazioni e risposte che sembrerebbe esistere su un livello più oscuro e storicamente significativo del primo. Indipendentemente dalla falsa storicità che ci viene proposta, e che Dan Brown ha elaborato nella sua profonda cultura (o presunta tale), Il codice Da Vinci non va oltre un normale giallo e anzi si addentra su un terreno non vergine solitamente frequentato da Giacobbo di Voyager o dai vari Mistero su Italia1.

Non stupisce tuttavia che Ron Howard abbia faticato a mettere insieme un film di simili proporzioni: miriadi di personaggi e situazioni si accavallano l’una sull’altro e bisogna stare al passo con organizzazioni internazionali e vicende private per poter godere (se di godere si tratta) del prodotto nella sua interezza. In questo tentativo di trovare il bandolo della matassa, di domare un cavallo che corre all’impazzata verso una figuraccia mondiale, la sceneggiatura ha completamente trascurato la profondità psicologica dei personaggi: Hanks, nel ruolo di Langdon, risulta impacciato in una delle parti sulla carta meno complesse della sua carriera, mentre la Sophie  Neveu della fu Ameliè Audrei Tautou è una spalla impalpabile. Altra stella offuscata è il shakespeariano Sir Ian McKellen: il professor Leigh “so tutto io” Teabing sembrerebbe costruito su misura per l’attore, ma la sceneggiatura “spiegona” con i suoi dialoghi da telenovela non lo supporta adeguatamente, peggiorando poi ulteriormente la situazione nella seconda parte quando l’esperto mentore di Langdon diventa inspiegabilmente un villain da fumetto. In questo disastroso panorama, è di Paul Bettany il ruolo dalle più ampie possibilità, benché il suo sia un personaggio costruito ad hoc per metterne il luce il lato spiccatamente devoto e drammaticamente (once again) morboso.

La collaborazione Howard/Brown si consuma quindi in una delusione cocente e inaspettata: il primo è costretto a ridimensionare la qualità del suo cinema con una messinscena non lontana da un fragoroso fiasco artistico, che tra l’altro ha ottenuto una nomination ai poco ambiti Razzie Award, titolo che viene consegnato ai peggiori artisti dell’anno. Qualcuno potrebbe dire che Howard in fondo sia rimasto lo stesso, ossia il regista indiscutibilmente capace di girare grandi film come Rush e A beautiful mind, con ottimi spunti tecnici e un uso di luci e ombre che calza a pennello per un film incentrato su temi oscuri come questo. Vero, tuttavia Howard non ha saputo imprimere lo standard qualitativo a cui i suoi immediati predecessori di celluloide ci avevano abituati. Stupisce difatti la quasi inspiegabile assenza di capacità narrativa, e, benché il mistero in un modo o nell’altro venga a galla, la vicenda rimane una monumentale esposizione dei fatti in debito d’ossigeno con la pazienza degli spettatori. Da parte sua, Dan Brown vede il suo best-seller maltrattato, ridotto ad una magro intreccio di colpi di scena che da un certo momento in poi quasi diventano obbligati e prevedibili.

A questo punto l’immagine più emblematica de Il codice Da Vinci è quella in cui, in uno dei flashback sopra citati, la piccola Sophie fugge in un campo di papaveri rossi immerso in un paesaggio bucolico dalle tinte bluastre: il film stilisticamente regge, ma rimane rigido, distaccato e mai realmente avvincente.

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