CLOUD ATLAS: LA RECENSIONE ★★★★☆

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Kolossal Indie che presenta grandi pregi e qualche difetto: perchè tutte le cose (gli opposti soprattutto) sono connesse |

Cloud Atlas German PosterIl regista Tom Tykwer, al suo primo film in lingua inglese, non poteva davvero farcela a fare tutto da solo: un kolossal di due ore e mezza (finanziato da nessuna grande mayor hollywoodiana) che racconta sei storie, dislocate in diversi luoghi e in diverse epoche, che si intrecciano in un immenso mosaico filmico, stracolmo di effetti speciali e scene parallele portate avanti contemporaneamente. I fratelli Wachowski, i creatori di Matrix, hanno quindi deciso, oltre ad occuparsi della sceneggiatura, di contribuire come registi alla realizzazione del film, mentre Tom Hanks, catturato dalla magia del progetto, era alla ricerca di finanziatori in Germania.

Sei storie, dicevamo, che si snodano tra passato (l’America schiavista, l’Inghilterra degli anni ’20 e la San Francisco dei ’70), presente (la Londra del 2012) e futuro (a Neo Seoul e in un paesaggio post-apocalittico non meglio identificato), tutte presentate, prese singolarmente, in maniera cronologicamente lineare e interpretate dagli stessi attori in tutte e sei, dove andiamo alla ricerca di collegamenti e confronti che supportino la tesi centrale dell’opera: le nostre azioni e le nostre vite non finiscono con il semplice cessare dell’agire o con la nostra stessa fine, ma si ripercuotono in altre esistenze e in circostanze talvolta opposte e diverse. Un messaggio che potrebbe essere solo apparentemente assimilato al vecchio detto homo faber, l’immagine cioè di un uomo artefice della propria esistenza (il personaggio di Tom Hanks diventa buono con il passare dei secoli), perché quella dei Wachowski è un’epopea in cui domina un meccanismo poco chiaro e soprattutto non immediato di trasmissione degli eventi, con i suoi tanti effetti imprevedibili di cui l’umanità è totalmente ignara.

In realtà però, come nel caso di Inception e molti altri, il tutto non viene messo al servizio di una qualche stravagante corrente filosofica che avrebbe fatto uscire dalla sala il pubblico con un gran mal di testa. Al contrario l’originalità dello spunto diventa un semplice pretesto per coinvolgerci in un’avventura visivamente impressionante e altamente spettacolare, un’esperienza da vivere. Le storie, portate avanti simultaneamente, sono continuamente alternate l’una con l’altra e anzi talvolta sembrano lo stesso racconto visto sotto differenti aspetti. I registi hanno sapientemente lavorato come una sola testa nonostante le tre troupe dislocate in diversi set. Il lavoro finale ci restituisce una panoramica inaspettatamente compatta ed unitaria, sufficiente a descrivere la maggior parte dei collegamenti in modo piuttosto limpido (nonostante le quasi tre ore in cui questi semi vengono sparsi). Mentre il già citato Inception prevede un’intrusione dentro ad una serie di livelli psicologici e mentali, Cloud Atlas è necessariamente più lineare nel percorrere gli sviluppi delle varie storie, alcune delle quali vengono purtroppo incastrate con qualche espediente eccessivamente hollywoodiano che ti costringe ad usare quella ripetitività che nel prefinale si avverte e inizia a dare un po’ fastidio, ma non pesa eccessivamente anche perché ad ogni situazione non del tutto riuscita si fa tabula rasa e si ritorna con le immagini in un’altra epoca.

Cloud Atlas non è stato un successo al botteghino. I Wachowski avrebbero voluto dar vita ad un caposaldo del cinema (indie) che potesse essere in grado di influenzare un’industria ormai arenata su idee vecchie, fallendo. Le premesse per essere tale in effetti c’erano tutte: la contaminazione “pulita” di tanti generi cinematografici in una sola opera, lo spettro emotivo, gli effetti speciali messi al sevizio di intuizioni sociali mirate, l’uso nuovo della figura dell’attore, gli spunti geniali sulla malattia del consumismo, la dimostrazione che indipendenza e spettacolarità non sono un ossimoro e via dicendo. Purtroppo per loro Cloud Atlas se lo ricorderanno in pochi, come forse è dstino che succeda con i film indipendenti.

A conti fatti, ci troviamo tra le mani una messinscena comunque affascinante portata con stile da mano esperta, sebbene il finale sia un po’ insulso. Cinema mainstream di qualità, in buona sostanza. Difetti? Materiale per i detrattori ce ne sarebbe in abbondanza, a partire dalla scrittura in alcuni punti non eccellente per arrivare fino alla convivenza un po’ forzata tra generi come commedia ed avventura. Ma comunque, Cloud Atlas resta un film a cui viene facile perdonare qualche errore di troppo. Grandi pregi e qualche difetto: perchè, come dicono loro, tutto è connesso.

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