DJANGO UNCHAINED: LA RECENSIONE ★★★☆☆1/2

Django-unchained-640Tarantino si diverte a raccontare un altro falso storico con una sceneggiatura intensa dai dialoghi spumeggianti |

★★★☆☆1/2

djangounchainedposterQuentin Tarantino non è un regista qualunque. Questo perché il suo percorso cinematografico, per quanto breve, non è comparabile ad alcuna carriera di qualsivoglia altro autore e la sua fama, benché siano in pochi a conoscere davvero bene i suoi film, lo precede ad ogni sua mossa. Tra le altre cose, è uno dei pochi registi ad attrarre la gente al cinema vero. Non pago di aver riscritto il Terzo Reich come più giusto pulp riteneva, dopo essersi tuffato nella sua vecchia passione dei manga giapponesi e aver esplorato il morboso mondo della vendetta, Mr. Kill Bill decide che i tempi sono abbastanza maturi per la sua prima intrusione nel violento mondo del western, il suo genere preferito. Da appassionato qual è delle commediole italiane e degli spaghetti western con Franco Neri (due delle sue personalissime inclinazioni cinematografiche), Tarantino ha pensato bene di chiamare il suo protagonista Django (personaggio che nel suo film ha ben poco a da condividere con il personaggio interpretato da Neri) e di inserire una massiccia dose di sferzanti citazioni a partire dai bei titoli di testa, anch’essi colmi di omaggi.

Ma scorrendo il film, più che ai classici che il regista indica come opere cardine per il risultato finale del suo Django, non possiamo fare a meno di intravedere, dietro a quest’ultimo step della sua sbalorditiva esperienza filmica, una linea di continuità con l’opera immediatamente precedente del maestro, Bastardi senza gloria. Il parallelismo tra i due film è percepibile in diversi passaggi chiave dell’opera, tuttavia è guardando alla struttura generale del prodotto finito che è possibile ipotizzare una concatenazione innata con la forma narrativa dell’altro film (il prologo lungo e carico di tensione, il falso storico e via dicendo). Ecco che quindi Django si serve di meccanismi ed espedienti simili a quelli che avevamo visto in Bastardi senza gloria, e di conseguenza intuibili. Il piacere che ne segue però non viene intaccato da questa consapevolezza e risponde ovviamente al richiamo del divertimento: non manca, nel pieno rispetto delle poco rigide regole dettate dal regista, una dose di ironia sadica. C’è il sangue a litri (i corpi, quando colpiti, esplodono come bombe ripiene di vernicia rosata) così come non può mancare un caustico gusto per l’eccesso: esattamente quello che ognuno pensa di trovare nei film di Quentin.

In una stagione in cui tanti grandi del cinema si sono dedicati a mettere a fuoco la questione della schiavitù (i Wachowski nel passato di Cloud Atlas e Spielberg con il suo corretto e volutamente attuale Lincoln), Tarantino rispolvera solo qualcosina dai manuali di scuola, lo rielabora e ce ne restituisce un personale e credibile affresco storico in cui ambienta una storia mai cosi incredibile. Come Hitler non morì in un cinema, un ipotetico schiavo (per quanto dotato di un signor fisico come quello di Jamie Foxx) con avrebbe mai potuto mettere in ginocchio Candyland e il suo perfido padrone Candie (Leo DiCaprio). Ma poco importa: non è forse il cinema a rendere i sogni possibili?

Libero dai luoghi comuni il film può cavalcare pazzo nella prateria fotografata da Robert Richardson. Pieno di tesori (siano essi paesaggi, dialoghi o intere scene), il film ci regala anche un cameo da parte dello stesso Quentin nel prefinale in un suggestivo e premeditato incontro creatore/creatura.

E a voi il film è piaciuto? Aggiungete un commento!

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